Mondo digitale: alle piccole imprese cosa manca?

Per tutti è grande il desiderio di approdare quanto prima nell’economia post Covid!

In crisi d’altri tempi avrei iniziato questo testo con la profetica affermazione “Ne usciremo presto, dobbiamo essere positivi …” ma oggi sicuramente è opportuno cambiare la terminologia.

Già, il fatto di dover cambiare sembra sia diventata una esortazione presente ovunque, soprattutto per le piccole imprese. Di fatto possiamo parlare di una vera e propria rincorsa continua all’adeguamento della cultura aziendale al (più veloce) ritmo del cambiamento. E in questa rincorsa, una buona parte del percorso sembra sia rappresentata dalla transizione alla digitalizzazione. Ma per capire veramente la situazione dobbiamo prendere a bordo almeno due importanti dati statistici.

  • Primo: lo stato attuale della digitalizzazione in Italia. Ci aiuta con estrema semplicità l’Indice DESI (Digital Economy and Society Index), un sistema di indicatori che misurano il livello della digitalizzazione dell’economia e della società nei paesi europei. Italia: terzultima posizione nella UE (2020).
  • Secondo: dimensione media dell’impresa italiana. Il 79,2% delle imprese occupa fino a 9 addetti (ultimo dato Istat disponibile relativo al 2018). Quindi si tratta prevalentemente di micro imprese.

Ora possiamo rispondere alla domanda inserita nel titolo: nel mondo digitale, alle piccole imprese cosa manca?

Nel mercato gli specialisti ci sono (sistemisti, web designer, social media manager, data scientist, ecc.). Tanti bravi musicisti che con le proprie hard skill possono comporre una fantastica orchestra del cambiamento per l’imprenditore. Ma per ottenere l’armonia, quel valore sinfonico ben superiore alla somma dei singoli, serve anche un direttore d’orchestra. E nelle micro o piccole imprese chi può occupare questo ruolo fondamentale? Il titolare, i familiari o i soci hanno le necessarie soft skill per valutare obiettivi, dinamiche e tempistiche di un seppur piccolo progetto di cambiamento aziendale? Esiste in queste figure la consapevolezza digitale per orientare gli investimenti di risorse economiche e umane in percorsi coerenti con l’attuale contesto di innovazione?

In realtà sono domande che non riguardano solo le piccole imprese. Confindustria lo ha espressamente evidenziato nella recente pubblicazione “Il coraggio del Futuro” (v.pag. 153) dove, riferendosi alle varie figure di specialisti presenti in azienda, sottolinea che “non c’è una figura di coordinamento di queste attività”.

A qualcuno potrebbe suonare strano ma anche dalla Pubblica Amministrazione ci arriva un segnale di evoluzione, quasi un suggerimento! Dal 2016, l’art. 17 del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) ha previsto una nuova figura trasversale obbligatoria nell’organigramma PA: “il responsabile per la transizione al digitale”.  Poche ancora le nomine effettuate (5.177 al 18.09.20 su circa 23.000 enti pubblici) ma pur sempre una formale presa d’atto di un nuovo ruolo necessario.

A partire dalle micro imprese bisogna quindi rendersi conto che non si può rimanere immobili. Le indiscutibili potenzialità di una platea così ampia del mondo produttivo italiano devono farsi trovare pronte nello scenario economico che si presenterà al termine di questo particolare momento storico. Non trascuriamo il fatto che la pandemia Covid ha rallentato l’economia ma non di certo il già veloce ritmo del cambiamento.

Possiamo quindi concludere che nel mondo digitale è nato un nuovo ruolo indispensabile anche per le PMI ? Direi proprio di sì. La figura di un coordinatore o responsabile per la transizione al digitale è necessaria per coniugare resistenze, complessità e opportunità di un cambiamento che solo l’innovazione digitale e una nuova formazione possono consentire.

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